Smart Working a vantaggio di tutti, soprattutto dell’impiego femminile

di Nicolò Boggian

Pubblicato su Milano Finanza del 9/7/2019

La legge sulle quote rosa sta per scadere e anche se si sono registrati dei miglioramenti, non ha prodotto quel cambiamento culturale auspicato al momento dell’entrata in vigore. Secondo l’Istat il nostro Paese ha visto un miglioramento significativo passando, tra il 2011 e il 2018, dal 7,4% al 36% di presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa , con un incremento di oltre 28 punti percentuali. Un dato positivo che però non rispecchia la situazione nel resto delle organizzazioni, come ha recentemente messo in luce una ricerca da Buone Notizie del Corriere della Sera, che rileva come a questo fenomeno se ne aggiunga un altro: il gender pay gap, cioè la differenza salariale tra uomini e donne a parità di ruoli e competenze. Non si tratta di un fenomeno solo italiano, è presente anche all’estero e si impenna a partire dai 40 anni. Più si avanza con l’età più il gap aumenta anche rispetto all’esperienza accumulata. Tra i 41-50 anni, a parità di ruoli, in Italia le donne guadagnano il 35,6% in meno rispetto agli uomini, cioè una media di 38.896 € contro  61.927 €.

Questo tema si intreccia con quello del work life balancing, cioè del rapporto tra vita famigliare e vita lavorativa, che interessa soprattutto le lavoratrici. In molte economie sviluppate la nascita di un figlio abbatte il reddito femminile tra il 20 e il 60%. Il quadro fotografato dall’ultimo Rapporto per lo Sviluppo Sostenibile Istat 2019 indica che in Italia nel 2018, per ogni 100 occupate senza figli le madri lavoratrici con bambini piccoli sono 74 (erano 78 nel 2015) e il divario è maggiore nelle regioni del Mezzogiorno.

Un aiuto in questo senso potrebbe arrivare oggi dalla tecnologia, che offre soluzioni sempre più efficienti e a basso costo per il cosiddetto Smart Working, disegnando scenari innovativi, inimmaginabili solo pochi anni fa, che consentono alla donna di valorizzare le proprie competenze e il proprio talento in ambito lavorativo senza rinunciare o sacrificare ad altri aspetti della propria vita e senza che questo comporti un danno per il datore di lavoro. Per fare un esempio, il coworking, che è un aspetto del lavoro agile, in Italia viene adottato già da 480.000 lavoratori, secondo una ricerca di Copernico, BNL Gruppo BNP Paribas e Arper, che stimano che l’interesse delle aziende verso spazi condivisi aumenterà del 70% entro il 2020.

Nonostante i dati incoraggianti, questo approccio al lavoro è ancora un fenomeno di nicchia, almeno nel mondo occidentale. Perché questa dimensione di lavoro cresca e si diffonda, la tecnologia è indispensabile, ma non è il solo elemento da considerare, perché il tema è prima di tutto culturale e una vera trasformazione che sia significativa da un punto di vista sociale deve passare attraverso il cambiamento di comportamenti individuali e collettivi.

Per far crescere la quota di lavoratrici (e lavoratori) da remoto servono quindi tre elementi: un cambiamento organizzativo significativo nelle aziende; una tecnologia studiata appositamente per digitalizzare alcuni processi organizzativi e produttivi che risolva i problemi del lavoratore ma che risponda anche alle esigenze del datore di lavoro; una formazione che aiuti le persone a uscire dalla propria zona di confort e a percorrere con sicurezza nuove strade professionali, a qualunque età.

Solo ragionando su questi tre assi – organizzazione, tecnologia e cultura – in modo sinergico e sistemico si possono migliorare effettivamente le condizioni di chi lavora senza deprimere la produttività.

Questo approccio consentirebbe a molte più persone di accedere al mercato del lavoro con un significativo aumento dell’occupazione femminile, una maggiore produttività e una migliore allocazione delle risorse, liberando energie (e capitali) per il futuro. Il recente report Bank of America Merrill Lynch Global Research ha stimato che l’uguaglianza di genere in termini di Pil mondiale vale 31 punti percentuali ovvero circa 28 trilioni di dollari entro il 2025In Italia il mancato apporto ammonta a circa 268 miliardi di euro, pari a oltre il 18% del Pil (agosto 2017).

L’urgenza del tema è stato anche al centro dell’ultima Women Deliver Conference che si è tenuta pochi giorni fa a Vancouver, dove dal report presentato dal McKinsey Global Institute è emerso chiaramente come nei prossimi anni tra i 40 e i 160 milioni di donne saranno interessati dai cambiamenti del mondo del lavoro dovuti alla trasformazione digitale.

Perché questo succeda bisogna però vincere delle resistenze al cambiamento e investire in modo significativo. Il ruolo delle istituzioni qui è fondamentale, devono guidare questo cambiamento e sollecitare con tutti gli strumenti di cui dispongono l’adozione di buone pratiche nel lavoro e nella vita famigliare.  Solo così potrà avvenire una vera e radicale trasformazione a beneficio di tutta la società.