Il futuro del lavoro nel mondo digitale

Gestire network e competenze sarà il fattore chiave per competere su scala globale

di Nicolò Boggian
Pubblicato su Milano Finanza del 23/9/2019

Il futuro del lavoro è oggi un tema centrale per molte aziende, che riguarda non più solo l’incremento della produttività tramite il contenimento dei costi, ma anche e soprattutto i modelli di organizzazione interna, la formazione del personale, l’integrazione con nuovi strumenti e processi.
Il mercato globale del lavoro pone dunque sfide importanti che non possono essere affrontate con innovazioni incrementali o rifugiandosi nel localismo e che soprattutto andrebbero affrontate a livello di sistema, con tutti gli attori coinvolti e ingaggiati, dalle imprese, ai lavoratori, alle istituzioni, a sindacati e organizzazioni.
Con lo sviluppo della tecnologia e la nascita di nuovi strumenti di comunicazione un numero sempre maggiore di parti della catena del valore delle Aziende saranno sottoposte alla competizione globale anche perché è ormai evidente a chiunque osservi da vicino le dinamiche aziendali che già dagli anni 2000 la prossimità fisica non produce un apprezzabile effetto positivo sulla produttività dei team di lavoro, come per altro era stato messo bene in luce già nel lontano 2006 da uno studio condotto da Zingales, Han Ki e Adair Morse sulla produttività nel mondo accademico. Anzi, in molti casi team aperti ad apporti esterni risultano più efficienti, creativi e produttivi di quelli chiusi.

Il tema della digitalizzazione delle imprese nel nostro Paese è un nodo fondamentale che dovrà essere sciolto in tempi brevi. Secondo l’Istat, infatti,  solo il 5% delle imprese italiane ha affrontato con successo la digitalizzazione e questo fa il paio con altri indicatori di competitività come fatturato e investimenti. L’Ufficio Studi di Mediobanca ha rilevato come in Germania il fatturato medio dei primi 10 gruppi industriali è pari a 82 miliardi, in Francia a 38, in Inghilterra a 19, da noi a 9.  Il fatturato dei top 10 in Germania è cresciuto dal 1998 ad oggi  del 15.1%, in Uk del 23.7%, in Francia del 23.6%, solo dell’8% in Italia. Lo stesso vale per gli investimenti negli ultimi 5 anni: più 33.1% in Germania, più 32.9% in Francia, più 19.2% in Uk, mentre in calo in Italia  con un -9%.
Dati che dovrebbero farci riflettere sull’opportunità di ripensare strutture e processi in modo da consentire alle nostre imprese di essere più agili. Il tema del lavoro e del rapporto con i dipendenti si è ridotto negli ultimi anni alle battaglie sull’articolo 18, ora a quelle sulla riduzione del cuneo fiscale e solo recentemente si è cominciato ad affrontare il tema del reskilling. Ma nel resto del mondo si sta verificando un fenomeno di portata epocale, per il quale, come racconta bene anche Raghuram Rajan nel suo libro “Il terzo pilastro. La comunità dimenticata da stato e mercati”, le persone altamente istruite e competenti competono per essere assoldate da filiere globali, non locali.

La tecnologia infatti interviene nel mondo del lavoro abbattendo le barriere geografiche, aumentando il premio salariale per le competenze e lasciando indietro coloro che sono legati a lavori routinari e che più di altri rischiano di essere sostituiti dall’automazione. Questa dinamica sta già producendo una progressiva divaricazione tra redditi più alti (1% più ricco) e redditi più bassi. A queste persone, già in posizione di svantaggio, si prospettano due opzioni: investire denaro per tornare a studiare oppure abbandonare la propria comunità per  trasferirsi in territori più connessi al mondo globale. In questo scenario, a temere di più insieme ai lavoratori sono proprio le aziende stesse, che rischiano un rallentamento della produttività e una diminuzione della capacità di competere a livello globale. Per questo, il ruolo della tecnologia deve essere pensato anche in chiave di organizzazione interna, non solo di sostituzione di manodopera a basso costo. Le aziende devono investire su canali tecnologici e comunicativi fluidi in modo da poter esternalizzare parti della value chain aumentando l’efficienza del sistema, per dare maggior senso di partecipazione e  per innovare coinvolgendo i talenti su scala globale. D’altra parte, è importante che anche le persone imparino ad aggregarsi in comunità virtuali, che oltre a garantire opportunità maggiori, rafforzano gli stessi legami tra i singoli in prossimità fisica. Il lavoratore oggi deve cominciare a immaginare se stesso all’interno di una rete in grado di offrirgli una pluralità di opportunità di lavoro diverse con impegni circoscritti nel tempo. La strada della chiusura nel posto fisso da una parte e dell’isolamento organizzativo dall’altra è molto pericolosa e porta quasi certamente a scarsa produttività e scarsi guadagni.  Prendere consapevolezza di queste dinamiche e procedere a incentivare modelli di lavoro flessibile che insistano su comunità virtuali alle quali le aziende possono rivolgersi attraverso soluzioni tecnologiche è fondamentale, come lo è un necessario e urgente adeguamento normativo. Solo in questo modo sarà possibile rilanciare l’occupazione e la produttività da parte delle aziende del nostro Paese.